INDIGENO

 

C'è questo podere vicino casa mia, che pare spiccare il volo verso vallate e contrafforti, dove all'imbrunire, intorno alla luna, le stelle le puoi contare una ad una. Ci sono mandorli e carrubi, e c'è il profumo di rosmarino e menta.

Ci abita un mio vicino lì, che porta nome di Indigeno. Io lo vedo poco, e più che vederlo lo sento cantare. Certe volte mi pare, il suo canto, il mare che arriva lento alla sabbia, o il vento che la sera s'impiglia e s'acquieta in mezzo a rami e fiori.

Poi non lo sento più per un po'. Mi dicono che parte, per posti lontani. E ogni volta che torna ha nel taschino una nota in più, un colore nuovo, una sfumatura diversa. A volte è un ritmo serrato di tamburi d'Africa, altre una nenia dolcissima che sa di malinconia sud americana, altre ancora è un merletto soul o un vigoroso incedere funky. E più questi canti diversi gli scorrono dentro, più quel mondo attorno fatto di mandorli e rose, di luna e silenzi, pare avvilupparli, prenderseli in grembo e poi restituirglieli. Come un velluto, un tappeto antico di broccato siciliano. E lì lui si siede, a guardare il mondo. Indigeno di un cosmo intero di suoni e di colori.

Questo è il suo canto libero, dove luna, onda, vento, acqua, terra scura e verde intenso d'ulivo ti dicono di un mondo offeso dall'avidità umana e della gloria di una bellezza che resta comunque sfolgorante ovunque. E' questa bellezza che l'Indigeno ti mostra. Apri gli occhi. E anche le orecchie. Il canto è ancora qui: lascialo entrare, lasciati portare! Ora!

 

 

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